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Colloredo di Monte Albano I paesaggi, ieri, oggi e domani

Premessa

Una inquietudine diffusa e insistente domina i nostri giorni: quelle che sembrarono le vittorie dell’uomo sulla natura si configurano come scompiglio e distruzione, rottura di un’antica alleanza. Il disagio nasce dal dilagare della rivoluzione industriale, dal suo affermarsi su scala planetaria. Le offese al territorio (aria, acqua, terra inquinate) si assommano allo spaesamento, che la attuale modernizzazione ha prodotto. Lo spersonalizzarsi dei territori ha logorato i criteri finora usuali della prossimità-somiglianza, della lontananza-diversità al punto che luoghi lontani possono assomigliarsi talmente da apparire del tutto indifferenti al contesto locale (aeroporti, banche, supermarket, autostazioni…)(1). La morte del paesaggio potrebbe sembrare la logica conseguenza di tale congiuntura(2). Di certo ogni descrizione-interpretazione del paesaggio terrestre per essere credibile deve dichiarare i propri fondamenti e principi, accettare il confronto con complesse, eterogenee problematiche. Se tuttavia si ammettesse in prima istanza che paesaggio è strumento conoscitivo da non confondere con l’oggetto alla cui comprensione dovrebbe servire, sarebbe possibile immaginare un sapere nel quale realtà ora contrastanti potrebbero trovare virtuale composizione.

Franco Farinelli ha esposto nei modi del paradosso l’attuale contrapporsi di ambiente e paesaggio. Alexander von Humboldt - spiega il geografo - con i Quadri della Natura (1808) aveva trasformato il paesaggio in modello conoscitivo politicizzando le rappresentazioni estetico-sentimentali della natura (i quadri dei “paesaggisti” a lui contemporanei), presentando alla borghesia tedesca i nuovi orizzonti delle scienze della natura, segnalando i limiti della mera contemplazione artistica, tipica della pigrizia aristocratica. Nei giorni nostri – osserva quindi Farinelli - si assiste al rovesciamento dei ruoli: l’estetizzazione del politico serve a contenere i complessi problemi che la gestione dell’ambiente solleva. “Paesaggio”, in quanto esprime esigenze di equilibrio e armonia, tenderebbe dunque a sovrapporsi a “territorio”, all’oggetto di difficili (forse impraticabili) strategie di salvaguardia. Da questa angolatura la Convenzione Europea (Firenze, 20 ottobre 2000) sancirebbe la metamorfosi del “paesaggio” garantendo l’attuale fortuna di tale concetto(3).

Di fatto se - come recita la Convenzione - si definisse “paesaggio” come “una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”, si dovrebbe riconoscere quantomeno la novità del riferimento alla percezione e alla educazione dello sguardo, si dovrebbe quindi includere “l’adozione di misure specifiche finalizzate a salvaguardare gestire e pianificare il paesaggio” come parte integrante della definizione.

Per capire meglio la prospettiva della Convenzione può essere utile ritornare ai classici, risalire ai tempi in cui la geografia si dichiarava scienza del paesaggio. Ne Il paesaggio terrestre (1947) di Renato Biasutti, il geografo nato a San Daniele, allievo di Giovanni Marinelli, mancava il riferimento all’osservatore, ai modi secondo i quali ciascuno vive dentro un determinato ambiente o - distanziandosi in qualsiasi modo - ne descrive le forme secondo specifica sensibilità e cultura. L’altezza del punto di vista, cioè una misura numerica, era l’unica variante ammessa nell’osservazione degli oggetti e del loro combinarsi: l’obiettivo di una macchina fotografica poteva in tal modo abbracciare tutti gli elementi del “paesaggio sensibile”, tutti gli elementi necessari e sufficienti per la sintesi scientifica del “paesaggio geografico”. La naturale selettività della memoria – come emerge dai racconti dei vecchi di Colloredo di Monte Albano già raccolti nel volume che anticipa questa giornata di studio - costruisce invece paesaggi tra loro del tutto differenti assegnando alle stesse cose significati nuovi, ricomponendo le singole parti e l’insieme in immagini-rifugio lontane da ogni (scontato) realismo. In altri termini fattori invisibili e immateriali, come spesso il bisogno del bello, sembrano valere più delle cose o delle collezioni di cose che ricadono sotto il “comune senso del paesaggio”(4).

A questo punto inseguire lo schema interpretativo di Farinelli sul filo della riflessione teoretica potrebbe addirittura impedirci di verificarne l’efficacia. I discorsi che nel Friuli d’oggi, a livelli culturali diversi (saggistica e cronaca) fanno riferimento al concetto di paesaggio, possono invece sostenere la riflessione che prende avvio (anche) dalla sua geografia, possono aiutarci a capire meglio l’accresciuta domanda di paesaggio(5).

Il paesaggio ancora tra estetica e “pratica del mondo”

Due recenti pubblicazioni, edite rispettivamente nel 2005 e 2006, legate al nostro territorio, fanno esplicito riferimento alla definizione di paesaggio suggerita dalla Convenzione europea(6).

La prima, Friuli. Terra di larghe vedute, è il catalogo di una mostra fotografica. Le immagini sono di Diego Cinello, il commento di Armando Mucchino, editrice è la Camera di Commercio di Udine.

La seconda, Gli interventi paesaggistico-ambientali nelle politiche regionali di sviluppo rurale, è curata da Francesco Marangon, economista. Raccoglie i saggi elaborati nell’ambito di un progetto nazionale di ricerca che nell’Università di Udine ha il suo centro direttivo. Di quest’ultima (per molti aspetti arbitrariamente) si prende qui in considerazione solo il saggio su Gli interventi paesaggistico-ambientali nella politica di sviluppo rurale del Friuli Venezia Giulia di Gianluigi Gallenti e Marta Cosmina. Il contributo, con esempi regionali, in primo luogo sottolinea come il paesaggio faccia convergere gli indagatori della complessità, in secondo luogo - per usare le calibrate parole di Paolo Castelnovi sul “senso del paesaggio” - riconosce “le necessità pratiche delle tecniche e delle politiche che sul paesaggio lavorano o, meglio, delle tecniche e delle politiche che lavorano sul territorio e che ormai devono assumere il paesaggio tra i propri paradigmi di riferimento”(7).

La prima immagine fotografica di Diego Cinello, pubblicata su Friuli. Terra di larghe vedute, disegna l’intero arco delle Alpi friulane viste dal colle di Fagagna. E’ una figura costruita e proposta già nel 1997, che ritorna però con altri intenti e con altro spirito. Anzitutto tacciono i nomi dei monti e dei luoghi, come tace la didascalia che indicava i 160 gradi che l’occhio dovrebbe percorrere per cogliere le cime da Monte Cavallo al Monte Nero.

Che si tratti di un “arco” si intuisce soltanto, mentre è palese come le montagne – le stesse che si vedono da Colloredo - siano premesse di tutto il racconto fotografico. Cinello ripete Giovanni Marinelli, non ancora presidente della Società Alpina Friulana, quando nel 1877 esplorando le sorgenti del Livenza, viene ricordando le sue corse in treno, le cinque ore che da studente universitario impiegava da Udine a Padova:

L’occhio sorvolava su quella vasta pianura friulana e correva a posarsi sui monti. Cos’è questo affetto che si sente pei monti, e che è diviso da chi li vede da lungi, né mai li ha visti dappresso? Cosa volete! Io stento sempre a capacitarmi che l’abitante del deserto o delle pampas abbia una patria. Per amare, per sentire questa patria, è d’uopo che essa abbia un profilo. Provate a immaginare vostra madre o la vostra donna senza quelle linee che l’affetto vi ha disegnato nel cuore!

E per amarle quelle linee siano regolari e belle. Così nelle patrie. Quei profili sono la loro fisionomia, e voi, senza saperlo li portate scolpiti nella memoria per tutta la vostra vita(8).

Armando Mucchino, mentre avverte le emozioni e le esperienze culturali, che Cinello condivide con il primo presidente della Società Alpina Friulana, indica nei silenzi e nel non-visibile il senso di questo “paesaggio”.

La percezione cui fa riferimento la Convenzione - secondo Mucchino è altro da un puro vedere, può inglobare memoria e desiderio, tenderebbe a ricostruire come storia e progetto “cose” e sensazioni disperse. Inseguire con lo sguardo la teoria delle Alpi friulane significherebbe inoltre riconoscere lo spessore del nostro inconscio, predisporsi a riflessioni e pensieri che immediatamente la seconda immagine fotografica di Cinello suggerisce(9). 

Il castello di Udine visto dal campanile del duomo apre un altro paesaggio, questa volta paesaggio d’orgoglio friulano, non separabile ancora da un altro passo di Marinelli:

Per me il castello di Udine è fra le cose più care che conosca. Intorno a quell’enorme edificio quadrato, che torreggia sulla mia casa materna, s’affollano tutti i ricordi di 33 anni di vita. Né distanza di luoghi, né volger di tempo, né intensità di studi valgono a cancellarne l’immagine – che ora rivedo illuminata di fianco, quale al mattino m’appariva dalla domestica stanza – ora mi ricompare proiettata sul fondo nevoso delle Giulie, rosseggiante e colle vetrate scintillanti e infiammate, quale me la presentavano i tramonti friulani(10).

Di altre storie e di altri drammatici valori si è caricato il castello nel corso del Novecento, ma l’angelo occupa ancora il centro della scena, guarda l’incivilimento delle campagne, esprime tuttora il bisogno di continuità.

Dopo la cornice alpina, dopo la città come principio, Cinello disegna, incollando fotogramma a fotogramma, il Friuli profondo dei fuochi epifanici: il rosso e il nero dominano l’ampia scena che i colli pedemontani dischiudono. Il Cistielat di Coia (m. 331) è il punto dal quale può dipartirsi il nostro sguardo. Il fumo del grande falò muove a occidente con larga evidenza nel cielo, ma le fiamme della piana potrebbero essere ancora quelle delle predazioni turchesche, se solo le rovine del maniero non testimoniassero il saccheggio del 1511 e non adombrassero l’altro terremoto.

Quando Mucchino distingue veduta e paesaggio, distingue l’occasione che suggerisce emozioni e memorie dall’immagine che in questo caso condensa la tormentata storia di un Friuli senza idilli. Il proliferare di suggestioni e richiami storici, letterari, artistici dipende da queste “larghe vedute” dove contiguità e continuità trasformano gli oggetti in momenti di una rappresentazione secondo un meccanismo inverso a quello cui il cinema ci ha abituati: non successione di fotogrammi, ma pluralità di relazioni e complessità di rapporti immediatamente conviventi(11). Straordinaria daquesta angolatura l’immagine della biblioteca del Palazzo patriarcale, immagine che non per caso è stata voluta testardamente dal Mucchino, anche se potrebbe sembrare del tutto altro dal “paesaggio”.

Lo sguardo è attratto dalla sfera armillare in primo piano. L’icona del cosmo sembra giustificare gli scaffali carichi di libri che la sovrastano. La conoscenza come geo-sofia sale oltre il primo piano fino al sapere della chiesa e del patriarca Dolfin dispiegando in continua ascesa il trionfo della sacra sapienza, che Nicolò Bambini affrescò sul soffitto.

La realtà percepita è totalmente trasformata nell’immagine e nel nuovo abito spiega la “nostalgia del territorio” e il “desiderio” di un modo di vivere e di sentire che non sia privato della sensibilità e della bellezza. Il distacco del paesaggio dalla percezione, dalla realtà materiale, è qui direttamente proporzionale alla riuscita artistica: è - come direbbe Farinelli - ecologia della mente, costruzione di nuovi modelli con cui venire a patti con il mondo.

Gianluigi Gallenti e Marta Cosmina ritengono che “paesaggio” sia “sostanzialmente l’espressione visiva di un sistema ambientale”, segnalano quindi la complessità dei fattori (generalmente invisibili) del “paesaggio agricolo”: dotazione di infrastrutture, frammentazione e polverizzazione delle aziende agricole, forme dell’architettura rurale, ordinamenti produttivi, vincoli forestali… Il gradimento di uno specifico paesaggio, sempre affidato alla percezione, sarebbe il primo degli “elementi critici da utilizzare per un’interpretazione critica delle politiche paesaggistico-ambientali attuate nella nostra regione”(12).

Il saggio sembra ritenere che la distanza tra paesaggio e territorio sia calcolabile, che piani di intervento razionali alla fine possano accompagnare le molteplici forze che premendo a livello regionale determinano le trasformazioni territoriali. Senza entrare nel merito dei Piani di Sviluppo Rurale e nelle problematiche proprie degli economisti, si può sottolineare l’uso qui regolativo del concetto di “paesaggio”, ma anche, accanto al riconoscimento della sua capacità di trasformarsi in sapere immediatamente pratico cioè in criterio di valutazione degli effetti cumulativi degli interventi pubblici e privati, la confusione dei termini ad esso relativi, che si registra ad ogni passaggio da una prospettiva disciplinare all’altra. “Paesaggio”, per portare l’esempio più scolastico, secondo geografi e storici, è altro da “paesaggio agrario”, che è ancora altro da “paesaggio agricolo”(13). Lo sforzo di unificare per quanto possibile i linguaggi potrebbe essere l’operazione preliminare che forse permetterebbe di capire meglio anche il contesto e le ragioni per cui in Friuli Venezia Giulia “si è delineata l’attuale politica di sviluppo rurale che ha portato ad includere, come elemento di indubbio rilievo, il paesaggio e le connesse misure nei piani regionali di sviluppo rurale”(14).

Il nostro paesaggio quotidiano

Anche la cronaca registra il bisogno di paesaggio e ne testimonia la vitalità disordinata. Marco Buzziolo, giornalista televisivo e presidente del Circolo friulano cacciatori, in una lunga lettera al direttore de “Il Gazzettino” ci invita a osservare con occhio critico le (disordinate) trasformazioni del territorio friulano(15). Il “modello veneto” si sarebbe imposto anche da noi distruggendo in prima istanza i caratteri del paesaggio agrario tradizionale. La barbarie con cui il territorio sarebbe stato e sarebbe aggredito si manifesterebbe come “sfregio”, scarsa intelligenza dei luoghi, “paurosa mancanza di cultura”. Villette anonime, capannoni piccoli e grandi, inutili opere pubbliche avrebbero degradato il Friuli a mera somma di periferie. Il ragionamento investe le stesse politiche della ricostruzione post-terremoto e contrappone alla sciatteria nostrana la diversa sensibilità del Tirolo meridionale e della Val di Susa.

L’intervento ripete pur con maggior ricchezza di osservazioni e spunti polemici quanto spesso emerge dal dibattito quotidiano. La critica sociale e politica, che trova sostanza nella valutazione estetica e nella comparazione con realtà di altre regioni, include implicitamente e indistintamente montagna e pianura friulana nella stessa logica di terra desolata. Quando il giornalista indica “portoncini e infissi di alluminio anodizzato, intonaci di graffiato, tegole canadesi sul tetto” quali indici di degrado intende infatti sottolineare il disinteresse quasi generale con cui ci muoviamo nella casa comune, nei luoghi della nostra educazione quotidiana.

Proviamo a valutare criticamente queste considerazioni. Possiamo affermare anzitutto che Buzziolo misura il risultato di un complesso travaglio storico, dell’accavallarsi di rapporti diversi con la terra soprattutto secondo la sua memoria, nei modi quindi della nostalgia. L’equilibrio tradizionale tra lavoro collettivo e natura riemerge come paesaggio, che è insieme reminiscenza di una razionalità perduta, ma anche volontà di progetti sensati rivolti al futuro. Nel momento in cui si riconosce la componente nostalgica, si ammette anche come storia del paesaggio e storia della società si rispecchino: pensare il territorio significa seguire mutamenti di sensibilità, prospettive e rappresentazioni che non sono solo individuali. Gli ultimi cinquanta anni del ventesimo secolo sono stati densi di mutamenti e fratture. Nel settore primario si è passati dal predominio dell’energia animale (il cavallo), all’affermarsi della meccanizzazione (il trattore), fino all’emergere delle tecnologie biogenetiche (gli ibridi). Le piccole e medie industrie si sono insediate con rapidità anche maggiore esigendo strade, ferrovie, oleodotti, elettrodotti, banche, magazzini, parcheggi e supermercati che ovviamente hanno invaso i vecchi spazi agricoli. Emigrazioni interne ed esterne alla regione hanno svuotato le montagne, mentre le piccole città della pianura si sono saldate tra loro e con Udine, assegnando alle colline moreniche e alla Piana d’Osoppo il confine tra componenti regionali profondamente diversificate. Alla fine l’idea della campagna come opera collettiva che supera le generazioni degli uomini è entrata in crisi. Di qui l’esigenza di paesaggio come figura di un ordine e di un’armonia che sono irrimediabilmente perduti, che sono necessariamente da riconquistare.

Si osservi come Buzziolo, che peraltro dirige un’organizzazione di cacciatori-ecologisti che si ispira alle scuole altoatesina e slovena, tese a mantenere e non a distruggere gli equilibri faunistici, non pretenda nessun impossibile ritorno al passato, ma esiga piuttosto il rispetto delle forme: come il territorio tradizionale vantava un equilibrio complessivo garantito dai contadini stessi, così il paesaggio nuovo dovrebbe mantenere memoria del passato tramite riflessione e studio, segni e simboli. L’innovazione è infatti possibile solo se qualcosa resiste al cambiamento, se continua una storia. Come nelle città si salvano le facciate di grandi palazzi la cui funzione storica è del tutto estinta, così si dovrebbero salvare le vestigia della civiltà contadina. L’esperienza del passato in questo caso diventerebbe parte del difficile futuro che ci attende.

Prima di indicare nel castello di Colloredo uno dei momenti emblematici del Friuli, mi pare giusto soffermarmi su di un altro fatto di cronaca: la questione dell’elettrodotto che le industrie del Campo di Osoppo intendevano e intendono dedurre dalla Carinzia. Mi pare significativo che giovani di Cleulis e Paluzza, borghi alpini in grave crisi demografica, dopo aver discusso e ragionato sugli effetti che l’opera avrebbe comportato, abbiano espresso la loro aperta contrarietà nella manifestazione di Tolmezzo dello 16 dicembre 2005(16). Questa (spontanea) opposizione alle (sempre) improcrastinabili necessità dell’economia è per sé importante. Dimostra quanto meno come l’esperienza della ricostruzione post terremoto abbia consigliato un agire più riflessivo, un’attenzione maggiore per le componenti del territorio, un interesse per il paesaggio come teatro ideale dell’esistenza e non come mero oggetto di consumo.

Franceschino Barazzutti e Giorgio Ferigo intervengono nel dibattito sul quotidiano locale associando al problema dell’elettrodotto Wurmlach-Somplago la questione della cava di gesso di Raveo. Spiegano quindi il successo della manifestazione tolmezzina come risultato di un coacervo di pensieri, sentimenti, risentimenti cumulati nel tempo dagli abitanti, come un “malessere della Carnia” che vorrebbe trasformarsi in forza capace di resistere ad ogni altra aggressione contro la montagna friulana. Il rifiuto dei tralicci che avrebbero deturpato il Canale di Gorto nascerebbe dunque dal senso del paesaggio, ma tale senso sarebbe legato a un voler essere collettivo, trarrebbe energia da una ecologia della mente non solo da una anticipata “percezione”(17).

Ragionare sul castello di Colloredo e sul suo borgo, in quanto figura del Friuli rurale, significa da questa angolatura ripetere per linee essenziali la storia intera della regione, meditare specialmente sull’avanzata della “città diffusa”, sul significato da attribuire a luoghi e modi di vita.

Le scelte della ricostruzione dopo il terremoto del 1976 sono state spesso affiancate da studi coraggiosi, tesi a rivendicare i diritti della tradizione e delle generazioni future(18). Forze altrimenti potenti hanno tuttavia stravolto queste voci dimostrando che il territorio è di regola inventato altrove, senza eccessivo rispetto per l’intelligenza storica e la volontà generale degli abitanti.

Come ognuno può constatare, la strada pontebbana da Udine a Collalto e ormai anche quella da Udine fin quasi a Fagagna sono ininterrottamente accompagnate da capannoni ed edifici commerciali, mentre il carico residenziale e le reti stradali opprimono senza tregua le colline moreniche. Il rapporto con i campi coltivati, con il profilo dei rilievi che anticipano prealpi e alpi friulane, è visibilmente mutato senza che nessun cittadino sia stato interrogato in proposito o che alcun piano abbia soppesato per tempo e nel loro insieme l’incidenza di interventi non di rado brutali. Riprendere l’inventario di tutto ciò che ha senso storico in questi paesi, riscrivere la statistica naturale e civile di questi luoghi presuppone pertanto la tensione e il fervore civili di chi avverte l’esigenza di un nuovo risorgimento. Ho usato deliberatamente le parole ottocentesche di Pacifico Valussi e la sua proposta di una geografia aperta al futuro, al bene della comunità. Si tratta di contrapporre al territorio reale una immagine equilibrata e sensata in grado di orientare il nostro agire, di contrastare insieme la fatalità ignorante e le quotidiane depredazioni cui siamo stati sottoposti, di assecondare le naturali bellezze e le sensibilità che sanno individuarle. Non si tratta più ovviamente di rimediare gli “errori della natura”, non più di scavare il Canale Ledra-Tagliamento, né di portare la ferrovia da Udine a Pontebba.

Il ricorso al paesaggio, a un concetto operativo che disegna quadri virtuali in cui si assommano immaginazione e rigore scientifico, dove desiderio di civile convivenza e buona qualità della vita si affidano nel nostro caso alle scienze umane, pare tentativo necessario. Insomma, come il paesaggio del pittore ordina lo spazio visibile secondo un idea di bellezza, così lo sguardo di una comunità dovrebbe e forse potrebbe decidere che cosa mantenere e che cosa cambiare nella sua scena quotidiana.

Conti e contadini a Colloredo di Monte Albano

Il volume su Conti e contadini a Colloredo di Monte Albano. Paesaggi e vita quotidiana nel Novecento, edito dal Comune di Colloredo nello scorso 2005, aveva visitato dall’interno i lineamenti e i momenti della scena di vita che gli ottuagenari evocarono nei loro racconti. Le tredici interviste pubblicate commentavano da angolature sempre diverse le lente trasformazioni del paesaggio nella prima metà del secolo, segnalavano quindi i rapidi rivolgimenti della seconda metà al centro della quale si imponeva necessariamente il terremoto del 1976. La riflessione su queste memorie fu nell’occasione affidata a Javier Grossutti e a me. Decidemmo di illustrare i paesaggi di ciascuno nei modi di una geografia esistenziale, ma anche di confrontare le immagini del territorio vissuto con altri racconti, con i grandi eventi del secolo proponendo una completa bibliografia ragionata. Ai testi di carattere meramente regionale allora citati forse si sarebbe dovuto aggiungere Eugenio Turri, Il paesaggio come teatro. Dal territorio vissuto al territorio rappresentato, recuperando almeno il passo nel quale ricorda come “ogni contadino che muore porta con sé nella tomba il segreto del paesaggio nel quale è vissuto e che ha contribuito con le sue stesse mani a modellare”. Il geografo in quell’occasione propone il paesaggio come “il teatro nel quale ognuno recita la propria parte facendosi al tempo stesso attore e spettatore”, il paesaggio diventa cioè mediatore del rapporto natura e cultura, principio di ogni agire(19).

In verità avrebbe meritato ospitalità anche il resoconto della gita di Ippolito Nievo in Carnia (17 ottobre 1850) o almeno il seguente brano:

Mercoledì allo spuntar dell’alba partimmo da Colloredo – il sole indorava come un vecchio amico i merli del Castello e l’orologio della torre, e il mare di colline che si stende dinanzi ad essa sorrideva come un bambino al sorriso del padre – Io, Attilio, i miei due fratelli, un buon uomo di qui e due somari – ecco la bella comitiva che usciva dalla porta del castello passando su quel ponte che rimbombava altre volte per lo scalpitio dei cavalli da guerra e dei cavalieri vestiti di ferro(20).

Il taglio diverso della giornata di studio è suggerito dall’ortofoto di copertina: Colloredo di Monte Albano è visitata dal satellite, da un punto di vista che può liberamente variare rimuovendo i vincoli che la cartografia classica impose ai “tipi geografici” e al “paesaggio”. La storia del castello, dell’epoca in cui nasce e si impone alla parrocchia di Lauzzana, è affidato a Donata Degrassi, una medievista particolarmente attenta ai destini del territorio friulano. Andrea Zannini discute i rapporti di proprietà che vigono all’inizio dell’Ottocento utilizzando gli Atti preparatori del Catasto austriaco dove alle domande dei tecnici rispondono sempre gli onnipotenti Colloredo. La costanza dei vincoli feudali, impostata e descritta dai due storici, è ripresa da Alma Bianchetti che indica uno a uno i luoghi della tradizione e i segni della modernizzazione novecentesca. La riflessione di Corinna Cadetto conclude questo primo gruppo di interventi separando in prima istanza paesaggio e territorio. Spazi e tempi interiori di ciascuno hanno bisogno di affermarsi nello spazio di tutti. L’incontro dei punti di vista richiede sensibilità storica e conoscenza del resto del mondo. La sfida sta nel difendere i luoghi in quanto parti di un insieme che rispetti terra e uomini. Paesaggio dunque non è soltanto un modo di guardare e rappresentare le cose, ma progetto e scelta che accompagna l’esistenza e perciò - come nel caso di Nievo - comincia dentro il castello, dalla prima infanzia.

I progressi della conoscenza richiedono riflessione esplicitamente teorica perché la teoria mentre imposta i problemi è costretta a dichiararli, a porli al centro dell’osservazione e della descrizione, ad anticiparne in certo senso la soluzione.

La necessità della poesia e la fiducia nella parola non sono tuttavia gli unici modi per arricchire il nostro sguardo, per entrare nel prossimo futuro del paesaggio. Walter Marangoni insiste infatti sull’utilità di enti intermedi come la Comunità collinare nella definizione e soluzione dei problemi territoriali. Il buon governo disegna paesaggi rassicuranti perché consocia le volontà e le intelligenze di tutti i cittadini.

Javier Grossutti ragiona invece sulla comunità virtuale di Colloredo: i rapporti con figli e nipoti di emigrati sono occasione di confronto e di sviluppo, di apertura e di conoscenza di sé proprio per coloro che oggi abitano il Comune. La Colloredo di Monte Albano che comprende coloro che sono presenti sul territorio e coloro che sono lontani spiegherebbe le identità che convivono in ognuno di noi, l’assurdità di ritenersi fuori dal mondo, identici a se stessi. Non solo a sostegno di questa visione e proposta Tommaso Mazzoli insiste per l’uso avanzato e continuato degli strumenti informatici. 

Al sito web del Comune tocca, a suo avviso, la prima descrizione del paesaggio, del territorio, dei luoghi. La rete come strumento essenziale di conoscenza esige una pietra di paragone che solo solide istituzioni possono garantire. Sostiene inoltre una nuova cartografia rispetto alla quale l’osservatore è elemento attivo, non più ostaggio, come avveniva nel caso delle (pur gloriose) tavolette I.G.M. L’idea della biblioteca on-line completa la ricerca e con le altre proposte il modello che la giornata di studio avanza in favore di un sapere geografico diffuso quale garanzia di responsabilità civile, di scelte meditate.

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(1)Cfr. p.e. Z. Barman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Bari 2005, 

pp. 16-17. 

(2)Cfr. G. Dematteis, Una geografia mentale, come il paesaggio, in G. Cusimano (a cura di), 

Scritture di paesaggio, Bologna 2003, p. 71. 

(3)Cfr. soprattutto F. Farinelli, Il paesaggio. Così lo sguardo dei pittori divenne politica, in 

“Corriere della Sera”, 19 settembre 2006, p. 60, ma anche ID., Geografia. Un’introduzione 

ai modelli del mondo, Torino 2003, soprattutto pp. 42-52. 

(4)Cfr. in proposito R. Biasutti, Il paesaggio terrestre, Torino 1947, pp. 1-3; E. Turri, Il 

paesaggio come teatro. Dal territorio vissuto al territorio rappresentato, Venezia 1998, p. 

27; F. Farinelli, Geografia. Un’introduzione ai modelli del mondo, cit., pp. 56-59. 

(5)Cfr.V. Bonerba, Nuovi percorsi critici e metodologici per lo studio del paesaggio, in C. 

Copeta (a cura di), Geografie e ambienti. Avanzamenti pluridisciplinari, Bari 2006, pp. 170

(6)Mentre consegnavo il testo al tipografo si svolgeva nell’Aula magna dell’Università di Udine 

il convegno su Rarità, utilità e bellezza nell’evoluzione sostenibile del mosaico paesistico-culturale. 

(7)Cfr. Paolo Castelnovi, Il senso del paesaggio. Relazione introduttiva, in Il senso del 

paesaggio, a cura di Paolo Castelnovi, Torino 2000, pp. 22-23. 

(8)Cfr. G. Marinelli, Una visita alle sorgenti del Livenza e un’ascesa al Cimon della Palantina, Torino 1877 (riedito Sacile 1991, p. 6). 

(9)Cfr. A. Mucchino, Larghe vedute, silenzi e “ripartenze estetiche” nella fotografia di Diego 

Cinello, in D. Cinello - A. Mucchino, Friuli. Terra di larghe vedute, Udine 2005, pp. 6, 7. A proposito di paesaggio, memoria, immaginazione, di panorama cfr. soprattutto C. Raffestin, Dalla nostalgia del territorio al desiderio di paesaggio. Elementi del paesaggio, 

Firenze 2005, pp. 82, 88. 

(10)Cfr. G. Marinelli, L’orizzonte del castello di Udine, in “Cronaca della Società Alpina 

Friulana”, III (1883), p. 90. 

(11) Cfr. Mucchino, Larghe vedute… op. cit., p. 10. A proposito di panorama, paesaggio, 

cinema cfr. soprattutto C. Raffestin, Dalla nostalgia… cit., p. 100. 

(12)Cfr. G. Gallenti - M. Cosmina, Gli interventi paesaggistico-ambientali nella politica di 

sviluppo rurale del Friuli Venezia Giulia in F. Marangon (a cura di), Gli interventi paesaggistico-ambientali nelle politiche regionali di sviluppo rurale, Milano 2006, pp. 160 e 161. 

(13)Cfr. in proposito L. Gambi, Critica ai concetti geografici di paesaggio umano, in ID., 

Una geografia per la storia, Torino 1973, pp. 148-174. 

(14)Cfr. G. Gallenti - M. Cosmina, Gli interventi… cit., p. 166. 

(15)Cfr. M. Buzziolo, Lettere al direttore, in “Il Gazzettino”, ed. di Udine, 11 febbraio 2006. 

(16)Cfr. p. e. G. Grillo, I sindaci anti-oleodotto, in “Messaggero Veneto”, 4 dicembre 2005 (testo e immagini). 

(17)Cfr. F. Barazzutti, G. Ferigo, Trasformiamo il malessere in forza della Carnia, in “Messaggero Veneto”, 22 gennaio 2006. 

(18)Accanto ai contributi del Centro Studio del Paesaggio Agrario (Università di Udine) diretto negli anni Ottanta da Giorgio Valussi, cfr. p.e. il reprint di E. Scarin, La casa rurale nel Friuli, Firenze 1943 (Udine 1978). A. Mizzau propose il testo quale “strumento di 

studio” per chi era impegnato nella “costruzione del Friuli nuovo”. 

(19)Cfr. E. Turri, Il paesaggio come teatro. Dal territorio vissuto al territorio rappresentato, Venezia 1998, pp. 26-28. 

(20)Cfr.I. Nievo, Una gita di Ippolito Nievo nella Carnia, in “Pagine Friulane”, XIV (1902), p. 1. Sulle trasformazioni del mondo rurale dopo la seconda guerra mondiale cfr. ora i suggerimenti di Gallenti-Cosmina, Gli interventi... cit., pp. 161-166.